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Il misterioso monte. Vesuvio tra storia e mito.
Con un fascino misterioso il Vesuvio si staglia sul Golfo di Napoli. Il famoso vulcano partenopeo ha da sempre intrigato e incantato scrittori e viaggiatori. Da manifestazione dell'ira divina a "fumaiolo dell'inferno" o dimora di streghe e giganti, da diabolico genio del male a simbolo del fuoco eterno della passione… su di esso sono fiorite numerose leggende che mescolano sacro e profano nel crogiolo segreto del mito.
di Anna Pia Franzese
Un fascino misterioso
"Il nero cono del misterioso Monte, che col pennacchio fumigante, coi profondi boati, chiama, promette, ammonisce». Così Achille Ratti, in seguito Papa Pio XI, descriveva il Vesuvio, dopo la sua ascesa al monte nella notte di Capodanno tra il 1899 e il 1900.
Dacia Maraini, in viaggio a Napoli, lo descrive – «misterioso e tranquillo», ma dietro quella quiete apparente si cela un vulcano ancora attivo, il cui risveglio potrebbe essere rovinoso e drammatico come in passato.
Goethe, che lo vide in eruzione, descrisse emblematicamente il contrasto tra la forza devastatrice del vulcano e la silenziosa e tranquilla atmosfera che lo avvolge. 1
A suggellarne ancora il fascino enigmatico, La ginestra di Leopardi, che si erge «su l'arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo» e sparge i suoi luminosi cespi profumati, diviene l'emblema della fragilità tenace che si eleva sulla cieca, arcana violenza della natura. 2
Scavando tra le ceneri del tempo, vengono alla luce miti e leggende che avvolgono il Vesuvio nel mistero, e si perdono e si rivelano nelle sfumature poetiche di una rappresentazione notturna di un Volaire o nella pennellata struggente di A.–L. R. Ducros o in una piccola semplice gouache.
Un'etimologia oscura
Già l'etimologia del termine Vesuvio è piuttosto oscura e si confonde con il mito.
I latini, che consideravano il vulcano una divinità, lo chiamavano Iuppiter Vesuvius o anche, come testimonia Plinio, Iuppiter Summanus. 3
Nell'affresco pompeiano, Il Vesuvio e Bacco, che rappresenta l'immagine più antica del vulcano, vi è raffigurato il monte coperto da un rigoglioso tappeto di vigneti, sotto la protezione di Bacco. 4 La dedica al dio del vino è il riferimento mitologico più chiaro. Tra l'altro, alcune anfore, rinvenute a Pompei, recano la scritta vesuvinum, a testimonianza dell'esistenza antichissima di un vino prodotto con le uve del Vesuvio. 5
Nella linguistica moderna, è ormai abbastanza accreditata l'origine del nome Vesuvio dalla radice ves– che proviene dalla radice sanscrita vasu, fuoco. 6 Gli antichi, infatti, lo chiamarono con tantissimi nomi diversi, ma tutti ricavabili da quella stessa radice. 7
Tuttavia, non mancano posizioni discordanti, che gettano un po' d'ombra su questa tesi etimologica, proponendone altre. 8
Monocipite o bicipite?
Resta ancora un mistero anche la nascita del Gran Cono. 9
"Qual era la forma della montagna anteriormente all'eruzione del '79 dopo Cristo? Alcuni hanno supposto che in quell'epoca il Vesuvio fosse monocipite e che l'attuale cono fosse venuto fuori appunto durante il cataclisma pliniano; altri hanno supposto che fosse già bicipite come appare oggi" 10, tanto che si parla di complesso Somma–Vesuvio.
Il dibattito è stato lungo ed aspro.
Le ipotesi a favore dell'una o dell'altra tesi si avvalgono generalmente del riferimento alle testimonianze più antiche: Plutarco, Strabone e Dione Cassio. 11
Il primo a contrapporsi al coro unanime dei sostenitori della teoria del Vesuvio monocipite 12 fu il Beloch, nel 1879, con la sua famosa opera sulla Campania, 13 autorevolmente appoggiato dal Nissen.
Più tardi, lo studioso Enrico Cocchia sostenne lo smembramento dell'unica cima originaria, il Somma, e da esso la lenta formazione dell'attuale Gran Cono, sulla base delle testimonianze indirette di vari scrittori. 14 Tesi avvalorata da un affresco rinvenuto a Pompei nel 1826, che raffigurava il Vesuvio con una sola cima, 15 e da quello ritrovato più tardi nella Casa del Centenario a Pompei, Il Vesuvio e Bacco. 16 Ma… non si può non considerare che anche oggi da Pompei il Vesuvio si mostra così, nascondendo dietro di sé il monte Somma. 17
In base agli studi attuali, comunque, si ritiene presumibile che il Gran Cono o Vesuvio si sia formato nell'antica cinta craterica del Monte Somma, in gran parte demolita durante l'eruzione del 79 d. C. 18
L'origine del Vesuvio nella leggenda
Nella Campania leggendaria e mitizzata, il sogno e la realtà si fondono, e il tempo sbiadisce i ricordi amalgamandoli e riamalgamandoli nel miscuglio segreto del mito.
L'origine del più famoso vulcano della terra non si sottrae a questa forza dirompente, ma s'inviluppa nella leggenda, assurgendo a simbolo del mistero arcano.
Da sempre c'è un vincolo profondo che lega le viscere della terra e quelle della psiche dell'uomo, il misterioso mondo sotterraneo con le sue forze oscure e l'imperscrutabile mondo dell'inconscio umano. È così che il fuoco del Vesuvio diventa il fuoco eterno della passione, fremito inarrestabile, tormento.
Il racconto più suggestivo scorre dalla china di Matilde Serao nel suo "libro d'immaginazione e di sogno": Vesuvio era un giovane nobile di Napoli, follemente innamorato di una giovane di una "casa nemica", la famiglia Capri. Ma il loro amore era così avversato dalle proprie famiglie, che la fanciulla, fatta imbarcare su una nave diretta verso una terra straniera, sentendosi "strappar l'anima", si gettò in mare, «donde uscì isola azzurra e verdeggiante».
Il cavaliere, «quando seppe della nuova crudele, cominciò a gittar caldi sospiri e lacrime di fuoco, segno della interna passione che l'agitava: e tanto si agitò che divenne un monte nelle cui viscere arde un fuoco eterno di amore. […] Così egli è dirimpetto alla sua bella Capri e non può raggiungerla e freme di amore e lampeggia e s'incorona di fumo e il fuoco trabocca in lava corruscante…» 19.
Nelle Egloghe Piscatorie, Bernardino Rota racconta di Leucopetra, ninfa marina contesa da due giovani, Vesevo e Sebeto. Per sfuggir al loro inseguimento, si gettò in mare e si trasformò in pietra. Allora, Vesevo, disperato, si trasformò in una montagna che rovesciava fuoco, fino a raggiungere la sua amata ninfa nel mare; e Sebeto pianse così tanto da trasformarsi in un rivolo che si versava in mare. 20
Vesuvio, fumaiolo dell'inferno
Il misterioso vulcano ha da sempre suscitato, nell'immaginario collettivo, timore e terrore. Gli antichi lo associarono all'Ade e interpretarono la sua eruzione come manifestazione dell'ira divina. Intorno al II–III sec. d. C. il monte divenne l'abitazione del demonio o il "fumaiolo dell'inferno", come lo definì Tertulliano. Gli stessi San Gregorio Magno e San Pier Damiani lo paragonarono all'inferno. 21
Nell'XI secolo, l'abate Desiderio da Montecassino, in seguito Papa Vittore III, raccontò un particolare episodio: una notte, un monaco napoletano vide molti uomini neri, che trasportavano "some cariche di paglia" lungo la strada. Nonostante fosse fortemente spaventato, chiese loro come intendevano utilizzare quelle grandi scorte. Una voce che pareva giungere dall'oltretomba rispose: "Noi siamo spiriti maligni e prepariamo […] l'esca per alimentare il fuoco che dovrà bruciare gli uomini cattivi" 22. Precisò anche che presto sarebbero stati bruciati tali Pandolfo principe di Capua e Giovanni duca di Napoli. Orbene, i due morirono proprio poco tempo dopo, mentre sul Vesuvio divampavano lingue di fuoco altissime.
L. A. Villari riferisce un aneddoto sul pittore napoletano Luca Giordano, che avrebbe incontrato un diavolo sul Vesuvio, dopo aver rappresentato l'inferno in un dipinto. Spaventato dai complimenti che questi gli fece per averlo raffigurato magnificamente, ritornò a casa per distruggere il quadro e chiedere aiuto alla misericordia divina. 23
Il Vesuvio è descritto come un diabolico genio del male anche in Tablettes napoletanes, volumetto pubblicato a Parigi nel 1840 24 e nelle rappresentazioni spirituali, commedie religiose messe in scena a Napoli dopo la spaventosa eruzione del 1631.
Ancora oggi, il vulcano è chiamato monte dei diavoli e, com'è noto, sul Vesuvio c'è una valle denominata Valle dell'Inferno, che costituisce la parte orientale della Valle del Gigante (l'avvallamento che separa il Monte Somma dal Vesuvio) e si oppone all'Atrio del Cavallo, vicino alla Fossa del Monaco, in cui – si racconta – fu inghiottito un monaco che sul monte aveva osato invocare "l'aiuto delle potenze magiche per esaudire un desiderio inconfessabile". Il vulcano, sdegnatosi, vomitò un cavallo con occhi di fuoco e una criniera di serpi che raggiunse il monaco in fuga e fece aprire una voragine sotto i suoi piedi. 25
Curiosa la seguente composizione, una sorta di formula di scongiuro contro l'eruzione del Vesuvio, segno dell'ira divina suscitata dai peccati di Napoli. Fu scritta da Padre Grimaldi per una lapide che non fu mai realizzata.
A parlare è proprio il Vesuvio e, dunque, ogni parola comincia, mirabilmente, solo ed unicamente con la lettera V.
Viator Veni Vide
Varias Vicessitudines Volubiles Vitae Vanitates
Vetustissimus Venustissimus Vixi Vesuvius
Virentissimus Vernantisimus
Valdissimis Viris Vberrimus
Vbi Vero Vindice Vniversa Videntis Voluntate
Viscera Vomui Vulcanica Ondosa
Virulenta Voraginosa
Voracissimus Vt Vultur
Valde Velociter Viros Voravi
Vndique Vineta Vireta Vicinas Vrbes Villas Vastavi
Vellem Videns Vltricem Vindictam Vitares Vltiman
Ventris Veneris Vacuus Voluptatibus
Verum Vinersi Vitam
Verendo Venerando. 26
San Gennà, aiutaci tu!
Contro le minacce delle potenze infernali, il popolo napoletano si affidò ai propri santi protettori. E, di questi, solo uno era capace di placare la forza del Vesuvio: San Gennaro.
Il binomio San Gennaro–Vesuvio risale almeno al V secolo, periodo cui vien fatto risalire un affresco, ritrovato nelle cosiddette catacombe di San Gennaro, che raffigura il patrono di Napoli accanto al Vesuvio. 27
Nel 471, Papa Silverio I implorò l'aiuto di San Gennaro. Da allora, seguirono numerosi miracoli del Santo. "Presagio fausto è", ancora oggi, "la liquefazione del sangue di San Gennaro, da cui il popolo deduce che non vi saranno durante i mesi futuri né eruzioni né terremoti".28
Ma i documenti più numerosi risalgono al Seicento. In Napoli nell'anno 1656, il medico Salvatore Renzi racconta che il 2 luglio del 1658 veniva posta sull'obelisco, eretto in onore di San Gennaro – domatore del Vesuvio – una statua del Santo, tra l'entusiasmo generale del popolo, fiducioso che il vulcano non avrebbe più eruttato. Ebbene, la sera del 3 luglio, accadde l'inimmaginabile: il Vesuvio cominciò a vomitare cenere e lapilli.
Immediatamente, furono esposte le ampolle del sangue del Santo e proclamata l'indulgenza plenaria, così che furono tutti assolti dai peccati: farabutti, briganti e meretrici.29
"San Gennaro, contento di tanta pubblica prova di devozione del buon popolo", ordinò alla lava di arrestarsi. Seguirono feste e processioni in suo onore.
Si trattava di processioni molto pittoresche, cui partecipava una fiumana di gente: i penitenti si flagellavano, mostrando le ferite sanguinanti; i monaci cospargevano il capo di cenere del Vesuvio, recitando i salmi; e talvolta le donne si legavano alle spalle enormi croci di legno. Così, si giungeva al Duomo per la benedizione dell'arcivescovo. 30
Ma la bizzarria del popolo napoletano è tale che non sempre si richiedeva al Santo Patrono di rabbonire il vulcano. Qualche volta – incredibile a dirsi – si richiese persino di ridar vigore alla sua potenza. È il caso del 1952, quando si fece notare che, scomparso il pennacchio del Vesuvio, erano scomparse anche le mance dei turisti, e si giunse a supplicare tale Padre Alfano: "Aiutateci voi. Dite una preghiera a San Gennaro. Scongiuratelo di far comparire almeno un po' di fumo, sulla cima del Vesuvio"31…
(Vedi l'articolo su San Gennaro di Anita Esposito)
Il mito del gigante Alcìoneo
Anche il poeta latino Claudiano avvolge il Vesuvio nell'affascinante atmosfera del mito: sotto il vulcano vive un gigante in catene, dal nome particolare, quasi difficile da pronunciare, Alcìoneo. 32 Ma la figura non è nuova e vanta l'interesse di molti autori: anche il poeta Pindaro la ricorda nella quarta Nemea e nella sesta Istmica. 33
Ancor oggi, la figura del gigante non è estranea al Vesuvio, anzi s'identifica con lo stesso monte, che viene spesso designato come il gigante buono. Così lo descriveva anche Willliam Hamilton, quando da Napoli spediva le sue relazioni alla Royal Society di Londra. 34
Pulcinella, nato sul Vesuvio
Secondo una leggenda, fiorita dopo l'eruzione del 1631, il simbolo della napoletanità, Pulcinella, sarebbe proprio nato dalle viscere del Vesuvio, "uscendo dal guscio di un uovo comparso per volere di Plutone sulla sommità del vulcano, grazie ad un impasto fatto da due fattucchiere, che avevano chiesto un soccorritore per sanare situazioni di ingiustizia e di oppressioni". 35
(Vedi l'articolo su Pulcinella e l'alchimia di Argentina Mercurio)
Amelia, strega del Vesuvio
A proposito di fattucchiere, il personaggio Disney di Amelia, inventato da Carl Barks, che fa il suo esordio nel 1961 in Zio Paperone e la fattucchiera, 36 è appunto una fattucchiera incantatrice, una strega che abita in un antro alle pendici del Vesuvio. Ha foltissimi capelli neri, ciglia lunghe e vestito nero. 37 Entrata in possesso del tocco di Mida, Amelia realizza un potente amuleto che si ottiene, fondendo "il metallo delle monete degli uomini più ricchi della Terra in un crogiolo da calare nella bocca del Vesuvio".
La sua storia, dunque, intrisa di spunti alchemici, si lega alla famosa leggenda del re Mida. 38
Una leggenda sul vino del Vesuvio, Lacryma Christi
Un'altra celebre leggenda è legata alla vite, che nasce sulle pendici del monte, dalla cui uva si ottiene il famoso vino Lacryma Christi, dal sapore secco e vellutato. Proprio Cristo, durante il suo giro per il mondo, sarebbe asceso al vulcano e, contemplando il meraviglioso Golfo, avrebbe commentato che era «un pezzo di paradiso", ma "abitato da birboni» così, le sue lacrime avrebbero solcato la crosta di lava, facendo germogliare le viti. 39
Ma le leggende sul misterioso vulcano non finiscono qui, e ci sarebbe ancora da raccontare…
Il Vesuvio resta, per napoletani e turisti, una presenza emblematica che si staglia sul bel Golfo di Napoli, un simbolo e, forse, chissà, anche un protettore.
Un protettore?!? Beh, finché dorme…
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Note
- «Da lassù fin giù al mare una scia di braci e di vapori infuocati, per il resto mare e terra, roccia e vegetazione che si stagliano nitidi nel crepuscolo, chiari e tranquilli, in un incantevole quiete». (mclink.it/Inform – n. 232 – 15 novembre 2005). torna al testo >
- Tanti altri scrittori hanno subito il fascino del Vesuvio: da quelli del mondo classico, come Seneca, Plinio il Giovane, Vitruvio, Marziale, Cassiodoro, a quelli del Settecento e Ottocento, come Casanova, Goethe, Stendhal, Shelley, Dumas, Dickens; etc. torna al testo >
- D'Ascoli F., Il Vesuvio, storia, leggende e folclore, Edizioni del Delfino, Napoli, s.d., p. 23, 104-105; Russo R. N., Vella A., Il Vesuvio, Storia e storie del vulcano più famoso d'Europa, Tascabili Economici Newton, Napoli, 1999, p. 10. torna al testo >
- Si veda anche Tav. n° 1, Il Vesuvio e Bacco, in Paliotti V., Il Vesuvio, una storia di fuoco, a cura dell'Azienda Autonoma di Soggiorno Cura e Turismo, Publigaf, Napoli, 1981, p. 49. torna al testo >
- Cfr. Russo R. N., Vella A., op. cit., p. 10. torna al testo >
- D'Ascoli F., op. cit., p. 23; Paliotti V., op. cit., p. 45-46. torna al testo >
- "Besùbio, Bèsbio, Besùvio, Bèsvio, Vesùbio, Vesèbio, Bèbio, Vèsvio, Bèmbio, Bìsvio, Vèsulo, Vesùro, Mèvio, Mèulo, Èsbio". Cfr. D'Ascoli F., op. cit., p. 24; Russo R. N., Vella A., op. cit., p. 10. "Le forme del nome più diffuse nei tempi antichi furono Vesuvius e Vesvius", come testimonia anche il medico Galeno (D'Ascoli F., op. cit., pp. 101-102). torna al testo >
- Cfr. Paliotti V., op. cit., pp. 45-46. torna al testo >
- Con il termine Gran Cono si fa riferimento al solo vulcano Vesuvio. Cfr. Russo R. N., Vella A., op. cit. , p. 9, n. 4. torna al testo >
- D'Ascoli F., op. cit., pp. 111. torna al testo >
- Plutarco, Vite Parallele, a cura di C. Carena, Mondadori, Milano, 1974; Strabone, Geographia, BUR, Milano, 1988, libri V e VI; Dione Cassio Cocceiano, Storia romana, a cura di G. Cresci Marrone – F. Rhor Vio, BUR, Milano, 1998. torna al testo >
- Viola, Breislak, D'Ancona, Gervasi, Daubeny, Von Buch, Palmieri, Phillips, Lavis (D'Ascoli F., op. cit., pp. 111-112). torna al testo >
- "Campanien, purtroppo mai tradotta in italiano!" (ibidem), pp. 112-113. torna al testo >
- D'Ascoli F., op. cit., pp. 114-117. torna al testo >
- Lo studioso inglese William Gell "riuscì a salvare dall'oblio le linee" di questo dipinto "che, di lì a poco, fu spazzato via dalle intemperie, tanto che in Italia esso non era nemmeno conosciuto fino al 1879: Vesuvio monocipite". (D'Ascoli F., op. cit., pp. 118-119). torna al testo >
- Cfr. nota n° 4. "Al vino e a Bacco sono legati soprattutto i misteri orfici, che sembra siano stati praticati nella Villa dei Misteri di Pompei, impreziosita da affreschi con scene di inquietanti iniziazioni, che attendono ancora di essere svelate". (Russo R. N., Vella A., op. cit., p. 10). torna al testo >
- Cfr. ibidem, p. 9. torna al testo >
- "Il Vesuvio è un tipico esempio di vulcano a recinto costituito da un cono esterno tronco, Monte Somma, con cinta craterica in gran parte demolita entro la quale si trova un cono più piccolo rappresentato dal Vesuvio, separati da un avvallamento denominato Valle del Gigante, parte dell'antica caldera, dove in seguito, presumibilmente durante l'eruzione del 79 d.C., si formò il Gran Cono o Vesuvio" (Parks.it/Parco nazionale del Vesuvio). torna al testo >
- Serao M., La leggenda dell'amore, in Leggende napoletane, Tip. Edit. Bideri, Napoli, 1915, p. 32. torna al testo >
- Russo R. N., Vella A., op. cit. , p. 16-17. torna al testo >
- Ibidem, p. 15; Paliotti V., op. cit., pp. 46-47. torna al testo >
- Ibidem, p. 48. torna al testo >
- Paliotti V., op. cit., p. 48; D'Ascoli F., op. cit., pp. 32-33. torna al testo >
- "Una ragazza napoletana, innamoratasi di un lord inglese, volle fissargli, come luogo di convegno, il cratere del Vesuvio e, per soprammercato, in un momento in cui il vulcano era in eruzione". Nel momento del piacere, lei disse al suo amante che era un altro Mosé, cui lei avrebbe dato le sue leggi. "Officiava il demonio, è chiaro, in quella sorta di messa nera". (Ibidem, pp. 48-49). torna al testo >
- Russo R. N., Vella A., op. cit., p. 16. torna al testo >
- "Vieni, viandante, e vedi le varie vicende e volubili vanità della vita. Io, Vesuvio, vissi vecchissimo, venustissimo, petulante, fecondo di uomini validissimi. Ma non appena, per volontà vindice di Colui che tutto vede. Vomitai le mie viscere, vulcaniche, ondose, virulente, voraginose, io, come Vulture voracissimo. Velocissimamente divorai gli uomini e dovunque devastai vigneti, verzure, città vicine e ville. Vorrei che tu, vedendo tutto questo, libero dalle voluttà del ventre di venere, evitassi l'ultima ultrice vendetta rispettando e venerando Colui che è la vera vita dell'universo." (ibidem., p. 21). torna al testo >
- L'affresco fu scoperto nel 1970 da Padre Umberto Maria Fasolo, sacerdote e archeologo (Paliotti V., op. cit., p. 81). torna al testo >
- D'Ascoli F., op. cit., pp. 24-25. torna al testo >
- Paliotti V., op. cit.., p. 82. torna al testo >
- Ibidem, pp. 83-87 torna al testo >
- Ibidem, pp. 79-81. torna al testo >
- Claudiano, De raptu proserpinae, Cambridge, J. B. Hall, 1969; trad. ital. di F. Serpa, Milano, 1981. torna al testo >
- Polara G., Undici studi di letteratura latina, Napoli, Loffredo, 2000, pp. 22-23. torna al testo >
- Cfr. Comeallacorte.unina.it/Il gigante buono. torna al testo >
- Scafoglio D., Pulcinella, Newton & Compton, Roma, 1996; Russo R. N., Vella A., op. cit., p. 21. torna al testo >
- The Midas Touch, su Uncle Scrooge n. 36, dicembre 1961. torna al testo >
- Un'immagine di Amelia: (vedi). torna al testo >
- Cfr. in Wikipedia: Amelia (Disney). torna al testo >
- La leggenda viene raccontata da Gaetano Amalfi in un opuscoletto sul Vesuvio. (D'Ascoli F., op. cit., p. 25). torna al testo >
Bibliografia essenziale
- Claudiano, De raptu proserpinae, J. B. Hall, Cambridge, 1969; trad. ital. di F. Serpa, Milano, 1981.
- D'Ascoli F., Il Vesuvio, storia, leggende e folclore, Edizioni del Delfino, Napoli, s.d.
- Dione Cassio Cocceiano, Storia romana, a cura di G. Cresci Marrone – F. Rhor Vio, BUR, Milano, 1998.
- Gasparini P., Musella S., Un viaggio al Vesuvio: il Vesuvio visto attraverso diari, lettere e resoconti di viaggiatori, (con presentaz. di G. Galasso e G. Luongo), Liguori, Napoli, 1991.
- Gregorovius F., Passeggiate per l'Italia, a cura dell'Azienda Autonoma di Soggiorno Cura e Turismo, Publigaf, Napoli, 1981.
- Plutarco, Vite Parallele, a cura di C. Carena, Mondadori, Milano, 1974.
- Polara G., Undici studi di letteratura latina, Napoli, Loffredo, 2000.
- Rota B., Egloghe Piscatorie, Napoli, 1560.
- Russo R. N., Vella A., Il Vesuvio, Storia e storie del vulcano più famoso d'Europa, Newton, Napoli, 1999.
- Scafoglio D., Pulcinella, Newton & Compton, Roma, 1996.
- Serao M., Leggende napoletane, Tip. Edit. Bideri, Napoli, 1915.
- Strabone, Geographia, BUR, Milano, 1988, libri V-VI.
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Letture consigliate
- All'ombra del Vesuvio. Napoli nella veduta europea dal Quattrocento all'Ottocento, catalogo della mostra omonima, Electa, Napoli, 1990.
- Abatino E., Vesuvio, un vulcano e la sua storia, Napoli, Carcavallo, 1989.
- N. Di Fusco, Di Caterina E., Il Vesuvio, Electa, Napoli, 1998.